Le "nostre" Leggi

Legge sull'educazione alla legalità

 

Durante un incontro col Cine Club dell’Isolotto (Firenze) venimmo a sapere che la Regione Calabria e altre Regioni meridionali avevano una legge per promuovere l’educazione alla legalità. Decidemmo immediatamente che dovevamo attivarci perché anche la Regione Toscana avesse una legge analoga, preparando una proposta che migliorasse quelle leggi che, ci era riferito, non erano molto funzionanti. Una proposta cioè più snella e di più facile applicazione. Il Presidente del Quartiere che ospitava la sede il Coordinamento Antimafia ci suggerì di contattare la Preside Rosaria Bortolone, da sempre impegnata nell’educazione alla legalità.

Fu un suggerimento prezioso. In tempo piuttosto breve la proposta fu preparata, portata all’Avvocato Mauceri per una verifica e poi presentata in Regione, con l’aiuto dell’allora Presidente del Consiglio Regionale, Simone Siliani.

Dopo un iter piuttosto breve la legge è stata approvata, con qualche leggera modifica, ed è tuttora valida, anche se riproposta, modificata in alcuni punti, e riapprovata in data successiva. Pur non comparendo il nome del Coordinamento Antimafia di Firenze, restiamo consapevoli di poterci dichiarare promotori della legge.

A seguito di questa legge è nato un Centro di Documentazione Regionale, che raccoglie una banca dati, promuove iniziative di educazione alla legalità ed ha una interessante biblioteca sull’argomento.

Per ragioni burocratiche un gruppo del Coordinamento si è distaccato, fondando un’Associazione indipendente, APPLE (Associazione Per Promuovere la LEgalità), che aveva una partita IVA e che per circa dieci anni ha fatto corsi di educazione alla legalità nelle scuole, costituendo quindi anche un’occasione di lavoro per alcuni giovani appartenenti al Coordinamento che avevano deciso di impegnarsi in questo settore di attività.


1 – Legge Regionale 78/1994

 

“Provvedimenti a favore delle scuole, delle Università toscane e della società civile per contribuire, mediante l’educazione alla legalità e lo sviluppo della coscienza civile e democratica, alla lotta contro la criminalità organizzata e i poteri occulti"

(pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Toscana – n. 70 del 4 Novembre 1994)

 

Art. 1 - (Finalità ed oggetto della legge)

1. La  Regione Toscana, al fine di contribuire all’educazione alla legalità, allo  sviluppo della  coscienza civile  e democratica, alla pratica  della democrazia  e quindi  alla  lotta  contro  la criminalità organizzata,  la mafia e i poteri occulti, sostiene, in via  sperimentale, per  la durata  di  un  triennio,  mediante l’erogazione di  contributi, nelle misure e nelle forme stabilite dai successivi articoli, iniziative di aggiornamento dei docenti, di borse  di studio,  di indagine  e ricerca,  di documentazione, nonché di incontri o manifestazioni aventi ad oggetto i problemi della criminalità organizzata.

 

Art. 2 - (Comitato tecnico-scientifico)

1. È costituito, quale organo di consulenza tecnico-scientifico della Regione  nella materia  oggetto della  presente  legge,  il Comitato tecnico-scientifico.

2. Il  Comitato, presieduto dal Presidente della Giunta Regionale o da un suo delegato, è composto in qualità di esperti:

- dal Sovrintendente scolastico regionale;

- da un magistrato;

- da un docente o ricercatore universitario;

- da un capo d’Istituto e da un insegnante;

- da un esperto di metodologia didattica;

- da  un dirigente  del  Dipartimento  regionale  "Istruzione  e   cultura";

- dal  responsabile del Centro di documentazione di cui all’art.3;

- da un rappresentante dell’IRRSAE.

3. Il Comitato dura in carica tre anni.

4. I  suoi componenti  sono nominati,  su proposta  della  Giunta Regionale,  dal   Consiglio  Regionale.   Ad  essi   compete   il trattamento di  missione previsto  per il  personale regionale di qualifica dirigenziale.

 

Art. 3 - (Centro di documentazione)

1. Con  deliberazione della Giunta Regionale e’ costituito presso la Presidenza della Giunta Regionale "il Centro di documentazione sulla criminalità  organizzata e  i poteri occulti" con lo scopo di raccogliere  e fornire  alle istituzioni  e ai  cittadini ogni documentazione utile  al perseguimento  delle finalità  previste all’art. 1.

2. La Giunta Regionale, con lo stesso atto, individua all’interno degli uffici regionali la struttura organizzativa a ciò preposta e ne dà comunicazione al Consiglio Regionale.

3. Il  Centro si  avvale della  consulenza del Comitato di cui al precedente art. 2.

 

Art. 4 - (Aggiornamento dei docenti)

1. La  Regione sostiene finanziariamente corsi di aggiornamento del personale docente e direttivo della scuola diretti a favorire l’apprendimento di  metodologie didattiche che, nello svolgimento delle attività ordinarie di insegnamento, siano idonee a garantire un più efficace raggiungimento delle finalità della presente legge. A tal fine essa eroga contributi fino al 50% del loro costo.

2. Le domande  di   finanziamento dei corsi possono essere presentate alla  Giunta Regionale,  entro il 31 ottobre di ogni anno, dall’IRRSAE, dalla  Sovrintendenza scolastica o dai Provveditorati agli  studi, dai Distretti scolastici, anche  su iniziativa o d’intesa sia delle scuole, sia dell’Università.

3. Le  domande devono  essere corredate da un progetto formativo, con una  sua dettagliata relazione illustrativa concernente  le finalità, gli aspetti organizzativi, l’ambito territoriale di utenza e il preventivo di spesa.

4. La Giunta Regionale, ai fini dell’ammissibilità al contributo regionale e della determinazione del suo ammontare, deve tener conto dei seguenti criteri preferenziali:

- la  rispondenza del progetto di corso alla capacità di concorrere alla prevenzione e alla soluzione dei problemi di devianza e di criminalità organizzata esistenti sul territorio;

- l’ampiezza di riferimento, provinciale e/o interprovinciale, per la partecipazione dei docenti al corso;

- la  validità della metodologia didattica anche in riferimento alla capacità di garantire l’integrazione verticale tra i vari ordini di scuola.

 

Art. 5 - (Indagini e ricerche)

 

1. Per  concorrere allo svolgimento di indagini e ricerche aventi ad oggetto  lo studio della genesi, delle forme e degli strumenti dell’azione  criminale,  specie  nei  rapporti  con  la  pubblica amministrazione, con  l’economia e  la finanza,  la Regione eroga contributi fino  al 70%  del loro costo, a favore di Università, Distretti  scolastici,   in  collaborazione   con  gli   Istituti scolastici, nonché’  delle Associazioni  legalmente costituite di studenti, di insegnanti, di genitori.

2. Le  domande di contributo devono essere presentate alla Giunta Regionale entro  il 30  settembre e devono essere corredate da un progetto di  ricerca con  una dettagliata  relazione illustrativa concernente l’ambito  tematico e  territoriale della  ricerca, le metodologie e  gli strumenti  della ricerca  ed il  preventivo di spesa.

 

Art. 6 - (Borse di studio)

La  Giunta Regionale assegna borse di studio dell’importo di 5 milioni per  tesi di laurea o  di dottorato aventi ad oggetto lo studio della genesi con riferimento agli aspetti socio-culturali, storici, economico-finanziari,  giuridico-amministrativi e  della manifestazione dei  fenomeni di  criminalità organizzata, della mafia e dei poteri occulti.

 

Art. 7 - (Ricerche della Regione)

La Giunta Regionale, avvalendosi  del Comitato  tecnico scientifico e delle sue proposte, realizza, mediante convenzione con Istituti di ricerca  qualificati e con gli organi competenti di facoltà universitarie, ricerche dirette all’individuazione di metodologie didattiche  che la  scuola, di  ogni ordine  e grado, possa utilizzare nello svolgimento delle attività ordinarie di insegnamento per  più efficacemente  perseguire le  finalità di cui all’art. 1 della presente legge.

 

Art. 8 - (Piano annuale di riparto)

La  Giunta Regionale trasmette entro il 31 ottobre il piano annuale di ripartizione dei finanziamenti, relativi agli interventi di cui agli artt. 4, 5 e 6, al Consiglio Regionale che l’approva entro il 15 novembre.

 

Art. 9 - (Incontri e manifestazioni)

1. Per  la conoscenza,  l’approfondimento e la sensibilizzazione dei cittadini  sui temi oggetto della presente legge, la Regione eroga contributi  per incontri e manifestazioni promossi da Enti locali, da  Università e da Scuole, da Comitati e Associazioni legalmente riconosciute operanti nella lotta alla criminalità organizzata e da chiunque svolga attività di sensibilizzazione e promozione della lotta alla criminalità organizzata.

2. I contributi vengono erogati con deliberazione della Giunta Regionale entro 30 giorni dalla  presentazione  delle  singole domande nei limiti dello stanziamento del corrispondente capitolo. Non  possono essere concessi allo stesso beneficiario più di  una volta l’anno e saranno commisurati alla importanza della manifestazione, alla rilevanza dei fenomeni di criminalità organizzata manifestatisi  nell’ambito territoriale  del soggetto proponente e al maggior coinvolgimento possibile dell’articolazione della società civile.

 

Art. 10 - (Norme finanziarie)

1. Agli oneri di  spesa di cui all’art.  2, quarto comma, si fa fronte per l’anno 1994 con lo stanziamento di cui al cap. 720 del bilancio 1994 e per gli anni successivi con legge di bilancio.

2. Agli oneri di spesa di cui all’art. 7 si fa fronte per l’anno 1994 con lo stanziamento di cui al cap. 1380 del bilancio 1994 e per gli anni successivi con legge di bilancio.

3. Agli oneri di  spesa di cui agli artt. 3 e 8 si fa fronte per l’anno 1994  con la  seguente variazione  del  bilancio 1994  da apportarsi per analogo importo agli stati di previsione della competenza e della cassa  della parte  "Spesa" e  per gli anni successivi con legge di bilancio:

 

Spesa in diminuzione

Cap. 50000 - Fondo globale per il  finanziamento spese adempimento funzioni normali (spese correnti artt. 38-87 LR 6-5-77 n. 28) L. 100.000.000

 

Spesa di nuova istituzione

Cap. 24205 - Fondo per il finanziamento delle  spese relative all’art.3 e all’art. 8 della L.R. riguardante provvedimenti contro la criminalità organizzata e i poteri occulti (LR 78/1994)   L. 100.000 000

1. Agli  oneri di  cui all’art. 9 si fa fronte per il 1994 con lo stanziamento del  cap. 940 e per gli anni successivi con legge di bilancio.

 

N.B. – La legge 78/1994 è stata aggiornata e riapprovata in data 10 marzo 1999 - n.11, ed è reperibile all’indirizzo http://www.regione.toscana.it/cld/main/legge.htm

 

2 - Legge confisca beni delle mafie

 

Uno degli strumenti più importanti per una seria lotta alle mafie è costituito dalla confisca dei loro beni. Questo è stato il contenuto della legge del 1982 Pio La Torre, che fu ammazzato per questo. Anche il generale Dalla Chiesa mise in rilievo, nella sua famosa intervista a Giorgio Bocca, la dimensione economica dell’inquinamento mafioso, affermando che il terreno fondamentale per combattere il potere mafioso è aggredire le loro ricchezze.

La legge Rognoni - La Torre non aveva però previsto procedure di gestione e di riutilizzo. A queste esigenze risponde soprattutto la legge n. 109/96, che in più vieta la vendita dei beni confiscati, eliminando così il rischio che i beni stessi vengano riacquistati dalle mafie, tramite prestanome, e con denaro frutto di traffici illeciti. La legge 109/96 inoltre prevede che i beni confiscati vengano destinati ad uso sociale in tempi brevissimi (circa un anno) ed anche questo è molto importante, per evitare che ci sia un confronto negativo fra un bene utilizzato illegalmente dalle mafie e quel bene confiscato non utilizzato per lungo tempo. Al contrario, l’uso sociale dei beni confiscati può scardinare il consenso sociale che le mafie hanno sul territorio.

La legge 109/96 è stata il primo impegno dell’associazione LIBERA, nata nel 1994 per coordinare e supportare le molteplici associazioni antimafia nate a seguito della costernazione dovuta alle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Per sostenere l’approvazione della legge, LIBERA organizzò una raccolta di firme a cui hanno partecipato tutte le associazioni antimafia iscritte (circa 700 associazioni, fra grandi e piccole) e fu raccolto un milione di firme. Il Coordinamento Antimafia di Firenze ha partecipato con entusiasmo a questa raccolta.

Vale la pena ricordare che il testo della legge su cui fu raccolto un milione di firme chiedeva “la confisca dei beni dei mafiosi e dei corrotti”, mentre il testo finale non parla più di “corrotti”. La sparizione dei “corrotti” è dovuta al fatto che la legge, per lo scioglimento anticipato delle Camere, doveva essere approvata all’unanimità nelle commissioni, altrimenti avrebbe dovuto ricominciare tutto l’iter sotto la successiva legislatura. Questa unanimità fu raggiunta solo con la rinuncia alla confisca dei beni dei "corrotti".

Nel 2009 il governo ha approvato un emendamento alla legge finanziaria con il quale i beni confiscati possono essere messi all'asta, se non vengono assegnati entro sei mesi (troppo pochi per la burocrazia che deve essere affrontata, necessaria a garantire l'utilizzazione sociale dei beni confiscati). Contro questa disposizione la società civile ha raccolto firme sotto il seguente appello:

<<Tredici anni fa oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità la legge 109/96. Si coronava così il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare le loro ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle Forze dell'Ordine e della Magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle Istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati. Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. Si introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca dei beni ai corrotti. E vengano destinate innanzi tutto ai familiari delle vittime di mafia ed ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie.

Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa.

Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra">>.

 

Legge 7 marzo 1996, n. 109

 

" Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati.

Modifiche alla legge 31 maggio 1965, n. 575, e all'articolo 3 della legge 23 luglio

1991, n. 223. Abrogazione dell'articolo 4 del decreto-legge 14 giugno 1989, n. 230,

convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1989, n. 282.”

(pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 58 del 9 Marzo 1996)

 

 Art. 1

1. Il comma 3 dell’articolo 2-sexies della legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente:

“3. L’amministratore è scelto tra gli iscritti negli albi degli avvocati, dei procuratori legali, dei dottori commercialisti e dei ragionieri del distretto nonché tra persone che, pur non munite delle suddette qualifiche professionali, abbiano comprovata competenza nell’amministrazione di beni del genere di quelli sequestrati. Quando oggetto del sequestro sono beni costituiti in azienda, l’amministratore può essere scelto anche tra soggetti che hanno svolto o svolgono funzioni di commissario per l’amministrazione delle grandi imprese in crisi ai sensi del decreto-legge 30 gennaio 1979, n. 26, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 aprile 1979, n. 95, e successive modificazioni”.

 

Art. 2

1. Dopo il comma 5 dell’articolo 3 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni, è aggiunto il seguente:

“5-bis. La disciplina dell’intervento straordinario di integrazione salariale e di collocamento in mobilità prevista dal presente articolo per le ipotesi di sottoposizione di imprese a procedure concorsuali si applica, fino a concorrenza massima di lire dieci miliardi annui, previo parere motivato del Prefetto fondato su ragioni di sicurezza e di ordine pubblico, ai lavoratori delle aziende sottoposte a sequestro o confisca ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni. A tale fine l’amministratore dei beni nominato ai sensi dell’articolo 2-sexies della citata legge n. 575 del 1965 esercita le facoltà attribuite presente articolo al curatore, al liquidatore e al commissario nominati in relazione alle procedure concorsuali”.

 

Art. 3

1. L’articolo 4 del decreto-legge 14 giugno 1989, n. 230, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1989, n. 282, è abrogato.

 

2. Dopo l’articolo 2-octies della legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni, sono inseriti i seguenti:

 

“Art. 2-nonies. - 1. I beni confiscati sono devoluti allo Stato. Il provvedimento definitivo di confisca è comunicato, dalla cancelleria dell’ufficio giudiziario che ha emesso il provvedimento, all’Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze che ha sede nella provincia ove si trovano i beni o ha sede l’azienda confiscata, nonché al Prefetto e al Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’interno.

- 2. Dopo la confisca, l’amministratore di cui all’articolo 2-sexies svolge le proprie funzioni sotto il controllo del competente Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze. Nel caso in cui risulti la competenza di più Uffici del Territorio, il controllo è esercitato dall’ufficio designato dal Ministro delle Finanze. L’amministratore può essere revocato in ogni tempo, ai sensi dell’articolo 2-septies, sino all’esaurimento delle operazioni di liquidazione, o sino a quando sia data attuazione al provvedimento di cui al comma 1 dell’articolo 2-decies.

- 3. L’amministratore gestisce i beni ai sensi dell’articolo 20 della legge 23 dicembre 1993, n. 559, nonché, in quanto applicabili, ai sensi dell’articolo 2-octies della presente legge e ai sensi del decreto del Ministro del Tesoro, di concerto con il Ministro delle Finanze, 27 marzo 1990, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 98 del 28 aprile 1990. Al rimborso ed all’anticipazione delle spese, nonché alla liquidazione dei compensi che non trovino copertura nelle risorse della gestione, provvede il dirigente del competente Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze, secondo le attribuzioni di natura contabile previste dall’articolo 42, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 27 marzo 1992, n. 287. A tal fine il dirigente dell’Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze può avvalersi di apposite aperture di credito disposte, a proprio favore, sui fondi dello specifico capitolo istituito nello stato di previsione della spesa del Ministero delle Finanze, salva, in ogni caso, l’applicazione della normativa di contabilità generale dello Stato e del decreto del Presidente della Repubblica 20 aprile 1994, n. 367.

 

“Art. 2-decies. - 1. La destinazione dei beni immobili e dei beni aziendali confiscati è effettuata con provvedimento del direttore centrale del demanio del Ministero delle Finanze, su proposta non vincolante del dirigente del competente ufficio del territorio, sulla base della stima del valore dei beni effettuata dal medesimo ufficio, acquisiti i pareri del Prefetto e del Sindaco del comune interessato e sentito l’amministratore di cui all’articolo 2-sexies.

- 2. La proposta di cui al comma 1 è formulata entro novanta giorni dal ricevimento della comunicazione di cui al comma 1 dell’articolo 2-nonies. Il provvedimento del direttore centrale del demanio del Ministero delle Finanze è emanato entro trenta giorni dalla comunicazione della proposta.

- 3. Anche prima dell’emanazione del provvedimento del direttore centrale del demanio del Ministero delle Finanze, per la tutela dei beni confiscati si applica il secondo comma dell’articolo 823 del codice civile.

 

“Art. 2-undecies - 1.L’amministratore di cui all’articolo 2-sexies versa all’ufficio del registro:

a) le somme di denaro confiscate che non debbano essere utilizzate per la gestione di altri beni confiscati;

b) le somme ricavate dalla vendita, anche mediante trattativa privata, dei beni mobili non costituiti in azienda, ivi compresi quelli registrati, e dei titoli. Se la procedura di vendita è antieconomica, con provvedimento del dirigente del competente Ufficio dal Territorio del Ministero delle Finanze è disposta la cessione gratuita o la distruzione del bene da parte dell’amministratore;

c) le somme derivanti dal recupero dei crediti personali. Se la procedura di recupero è antieconomica, ovvero, dopo accertamenti sulla solvibilità del debitore svolti dal competente Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze, avvalendosi anche degli organi di polizia, il debitore risulti insolvibile, il credito è annullato con provvedimento del dirigente dell’Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze.

- 2. I beni immobili sono:

a) mantenuti al patrimonio dello Stato per finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile;

b) trasferiti al patrimonio del comune ove l’immobile è sito, per finalità istituzionali o sociali. Il comune può amministrare direttamente il bene o assegnarlo in concessione a titolo gratuito a comunità, ad enti, ad organizzazioni di volontariato di cui alla legge 11 agosto 1991, n.266, e successive modificazioni, a cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, o a comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti di cui al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. Se entro un anno dal trasferimento il comune non ha provveduto alla destinazione del bene, il Prefetto nomina un commissario con poteri sostitutivi;

c) trasferiti al patrimonio del comune ove l’immobile è sito, se confiscati per il reato di cui all’articolo 74 del citato testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. Il comune può amministrare direttamente il bene oppure, preferibilmente, assegnarlo in concessione, anche a titolo gratuito, secondo i criteri di cui all’articolo 129 del medesimo testo unico, ad associazioni, comunità o enti per il recupero di tossicodipendenti operanti nel territorio ove è sito l’immobile.

 

- 3. I beni aziendali sono mantenuti al patrimonio dello Stato e destinati:

a) all’affitto, quando vi siano fondate prospettive di continuazione o di ripresa dell’attività produttiva, a titolo oneroso, previa valutazione del competente Ufficio del Territorio del Ministero delle finanze, a società e ad imprese pubbliche o private, ovvero a titolo gratuito, senza oneri a carico dello Stato, a cooperative di lavoratori dipendenti dell’impresa confiscata. Nella scelta dell’affittuario sono privilegiate le soluzioni che garantiscono il mantenimento dei livelli occupazionali. I beni non possono essere destinati all’affitto alle cooperative di lavoratori dipendenti dell’impresa confiscata se taluno dei relativi soci è parente, coniuge, affine o convivente con il destinatario della confisca, ovvero nel caso in cui nei suoi confronti sia stato adottato taluno dei provvedimenti indicati nell’articolo 15, commi 1 e 2, della legge 19 marzo 1990, n. 55;

b) alla vendita, per un corrispettivo non inferiore a quello determinato dalla stima del competente Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze, a soggetti che ne abbiano fatto richiesta, qualora vi sia una maggiore utilità per l’interesse pubblico. Nel caso di vendita disposta alla scadenza del contratto di affitto dei beni, l’affittuario può esercitare il diritto di prelazione entro trenta giorni dalla comunicazione della vendita del bene da parte del Ministero delle Finanze;

c) alla liquidazione, qualora vi sia una maggiore utilità per l’interesse pubblico, con le medesime modalità di cui alla lettera b).


 

4. Alle operazioni di cui al comma 3 provvede il dirigente del competente Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze, che può affidarle all’amministratore di cui all’articolo 2-sexies, con l’osservanza delle disposizioni di cui al comma 3 dell’articolo 2-nonies, entro sei mesi dalla data di emanazione del provvedimento del direttore centrale del demanio del Ministero delle Finanze di cui al comma 1 dell’articolo 2-decies.


5. I proventi derivanti dall’affitto, dalla vendita o dalla liquidazione dei beni di cui al comma 3 sono versati all’Ufficio del Registro.


6. Nella scelta del cessionario o dell’affittuario dei beni aziendali l’Amministrazione delle finanze procede mediante licitazione privata ovvero, qualora ragioni di necessità o di convenienza, specificatamente indicate e motivate, lo richiedano, mediante trattativa privata. Sui relativi contratti è richiesto il parere di organi consultivi solo per importi eccedenti due miliardi di lire nel caso di licitazione privata e un miliardo di lire nel caso di trattativa privata. I contratti per i quali non è richiesto il parere del Consiglio di Stato sono approvati, dal dirigente del competente Ufficio del Territorio del Ministero delle Finanze, sentito il direttore centrale del demanio del medesimo Ministero.


7. I provvedimenti emanati ai sensi del comma 1 dell’articolo 2-decies e dei commi 2 e 3 del presente articolo sono immediatamente esecutivi.


8. I trasferimenti e le cessioni di cui al presente articolo, disposti a titolo gratuito, sono esenti da qualsiasi imposta.

 

“Art. 2-duodecies.

1. In deroga all’articolo 3 della legge 27 ottobre 1993, n. 432, e per un periodo di tre anni a decorrere dall’esercizio finanziano 1995, le somme versate all’Ufficio del Registro ai sensi dei commi 1 e 5 dell’articolo 2-undecies affluiscono in un fondo, istituito presso la prefettura competente, per l’erogazione, nei limiti delle disponibilità, di contributi destinati al finanziamento, anche parziale, di progetti relativi alla gestione a fini istituzionali, sociali o di interesse pubblico degli immobili confiscati, nonchè relativi a specifiche attività di:

a) risanamento di quartieri urbani degradati;

b) prevenzione e recupero di condizioni di disagio e di emarginazione;

c) intervento nelle scuole per corsi di educazione alla legalità;

d) promozione di cultura imprenditoriale e di attività imprenditoriale per giovani disoccupati.
 

2. Possono presentare i progetti e relative richieste di contributo di cui al comma 1:

a) i comuni ove sono siti gli immobili;

b) le comunità, gli enti, le organizzazioni di volontariato di cui alla legge 11 agosto 1991, n. 266, e successive modificazioni, le cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, le comunità terapeutiche e i centri di recupero e cura di tossicodipendenti di cui al citato testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e le associazioni sociali che dimostrino di aver svolto attività propria nei due anni precedenti la richiesta.

 

3. Il Prefetto, sentiti i Sindaci dei comuni interessati e l’Assessore Regionale competente, previo parere di apposito comitato tecnico-finanziario, dispone sulle richieste di contributi di cui ai commi 1 e 2 con provvedimento motivato, da emanare entro sessanta giorni dalla data di presentazione della richiesta. Con decreto del Ministro dell’Interno, di concerto con i Ministri del Tesoro e delle Finanze, sono adottate, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, norme regolamentari sulle modalità di gestione del fondo di cui al comma 1 del presente articolo.

 

4. Con decreto del Ministro di Grazia e Giustizia, di concerto con i Ministri delle Finanze, del Tesoro, dell’Interno e della Difesa, sono adottate, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, norme regolamentari per disciplinare la raccolta dei dati relativi ai beni sequestrati o confiscati, dei dati concernenti lo stato del procedimento per il sequestro o la confisca e dei dati concernenti la consistenza, la destinazione e la utilizzazione dei beni sequestrati o confiscati. Il Governo trasmette ogni sei mesi al Parlamento una relazione concernente i dati suddetti.

 

5. Il Consiglio di Stato esprime il proprio parere sugli schemi di regolamento di cui ai commi 3 e 4 del presente articolo entro trenta giorni dalla richiesta, decorsi i quali il regolamento può comunque essere adottato.

 

6. Le disposizioni di cui agli articoli 2-nonies, 2-decies, 2-undecies e al presente articolo si applicano anche ai beni per i quali non siano state esaurite le procedure di liquidazione o non sia stato emanato il provvedimento di cui al comma 1 del citato articolo 2-decies”.
3. I decreti di cui ai commi 3 e 4 dell’articolo 2-duodecies della legge 31 maggio 1965, n. 575, introdotto dal comma 2 del presente articolo, sono emanati entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

 

Art. 4

1. Agli oneri derivanti dall’applicazione della presente legge, valutati in lire 10 miliardi per ciascuno degli anni 1995, 1996 e 1997, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1995-1997, al capitolo 6856 dello stato di previsione del Ministero del Tesoro per l’anno 1995, all’uopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero del Tesoro.

 

2. Il Ministro del Tesoro è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

 

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta Ufficiale degli atti normativi della Repubblica Italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.


 

3 - La confisca dei beni alle mafie

 

La confisca dei beni costituisce uno degli strumenti più importanti per una seria lotta alle mafie.

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato prefetto a Palermo, con poteri straordinari, dall’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni, subito dopo la morte di Pio La Torre, sindacalista e dirigente del partito comunista in Sicilia (ucciso dalla mafia il 30 aprile di quell’anno perché nel disegno di legge che aveva presentato si riconosceva la mafia come associazione criminale e si introducevano i provvedimenti di sequestro e di confisca dei beni), nella sua ultima intervista dell’agosto 1982, a Giorgio Bocca di Repubblica, pochi giorni prima di essere ucciso (il 3 settembre del 1982 insieme con la moglie Emanuela Setti Carraro e con l’autista che li seguiva), già poneva le premesse di quella che sarebbe dovuta essere la lotta contro la mafia nel nostro paese. Una lotta alle mafie che deve andare a colpire i loro interessi economici e le ricchezze che hanno accumulato con i loro traffici illegali.

Carlo Alberto Dalla Chiesa, nell’intervista, diceva che “ il disegno di legge Pio La Torre è la presa d’atto della realtà della mafia. La mafia non è soltanto una questione criminale fine a se stessa, ma anche economica e sociale, e lo si vede per esempio nel riciclaggio. In Italia la mafia uccide fra i malavitosi e l’Italia perbene può disinteressarsene – siamo nell’82, quindi queste parole vanno inserite nel contesto storico - la mafia sta ormai nelle maggiori città italiane, dove ha fatto grossi investimenti edilizi e commerciali e magari industriali. Vede – si rivolge a Giorgio Bocca - a me interessa conoscere questa accumulazione primitiva del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio di denaro sporco… Che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne, in alberghi, ristoranti, ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci, magari passate a mani insospettabili, protette, stanno in punti chiave, assicurano rifugi, procurano reti di riciclaggi e controllo di potere. Ecco, la dimensione nazionale di Cosa nostra e della mafia in generale, ma anche la dimensione economica dell’inquinamento mafioso sta proprio in tutto questo.”

Con queste parole, nel 1982 il generale Dalla Chiesa è stato fra i primi rappresentanti delle istituzioni a porre attenzione in maniera specifica sulla dimensione economica e finanziaria delle organizzazioni criminali. Ma a un certo punto è andato oltre e ha detto “Ho capito però una cosa semplice, ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi, caramente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

Questa è una chiave di lettura molto importante, perché il generale Dalla Chiesa non solo non si ferma ad una lettura del fenomeno mafioso in termini puramente criminali, non soltanto fa un passo avanti dicendo che il terreno fondamentale per combattere proprio il potere mafioso è aggredire il loro patrimonio. Ma fa un altro passo in avanti, ha un’intuizione importantissima: parla di mafia, di criminalità organizzata come uno strumento per assicurare e garantire in modo diverso i diritti dei cittadini, primo fra tutto il diritto al lavoro. Noi viviamo ancora oggi in molti territori del nostro Paese una situazione che permette alle organizzazioni mafiose di garantire un posto di lavoro ai nostri giovani, così a Napoli, come in Puglia, in Sicilia, Calabria. Con questo suo appello, il generale Dalla Chiesa anticipa quella che possiamo definire “l’antimafia dei diritti”, delle opportunità e del lavoro vero, diverso da quello offerto dalle mafie e caratterizzato da ricatto, violenza, sopraffazione e spesso morte.

L’antimafia dei diritti è stata quella su cui si è basata l’attività dell’associazione LIBERA, che nasce nel periodo successivo alle stragi di Capaci e di via d’Amelio e di quelle del ’93 che colpirono Firenze, Roma e Milano. Un’antimafia sociale e dei diritti (attraverso vari percorsi, di formazione, educativi, di promozione sociale) che si affianca a quella delle manette, della repressione, assicurata con notevoli sforzi e scarsità di mezzi dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. Ecco quindi che Dalla Chiesa ha questa intuizione, intuizione che gli viene un po’ dalla sua storia di lotta al terrorismo, ma soprattutto dalla attenta lettura di un fenomeno in Sicilia, che ha permesso, già nei primi anni ottanta, la nascita dei primi corsi di educazione alla legalità nelle scuole, che poi avranno una loro diffusione e sistematicità negli anni novanta.

La lotta alla mafia deve essere soprattutto caratterizzata da politiche di promozione sociale, promozione di occupazione, di lavoro che, molto spesso, viene offerto come un favore e che invece deve essere garantito come un diritto. Ma lo sappiamo tutti che ancora oggi in Italia non è così. Tutte le politiche di inclusione sociale, le politiche di promozione sociale, di educazione alla legalità, di percorsi lavorativi utilizzando anche i beni confiscati, lo diremo più avanti, si inquadrano in tutto questo. Libera ha firmato un accordo a livello nazionale con i sindacati proprio perché il fenomeno del lavoro nero, del caporalato, dello sfruttamento del lavoro, il lavoro minorile, dell’usura, interessa non soltanto le regioni a sud di Roma, ma anche molte regioni del centro nord. Non è un caso che l’anno scorso la Carovana Internazionale Antimafie (che ogni anno percorre tutta l’Italia e alcuni Paesi europei) è partita da Milano nelle piazze e nei luoghi in cui ci sono gli immigrati che aspettano i caporali, aspettano il pulmino che passa, alle cinque di mattina.

E tutto questo è nelle mani delle mafie, non solo italiane, ma anche straniere.

Questa premessa per descrivere il contesto in cui si inquadra una legge, la n.109 del ‘96 sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, una legge che ha ottenuto importanti risultati sotto molti punti di vista, una legge che nel nostro panorama legislativo, normativo, ha creato una rottura, insieme con altre leggi, con la legislazione antimafia dell’emergenza.

La legislazione antimafia nel nostro Paese, se così si può chiamare un corpus normativo che nel corso degli anni si è arricchito, anche in maniera disorganica, nei vari settori giuridici (quelli del diritto commerciale, fallimentare, processuale, penale, amministrativo, penitenziario) e che è stata presa come modello dalle altre legislazioni in Europa e dalla stessa Convenzione delle Nazioni Unite che è stata firmata a Palermo nel dicembre del 2000, ha subito nel corso degli anni delle modifiche a carattere emergenziale, legate a gravi delitti e stragi, secondo quella logica che è stata definita “l’antimafia del giorno dopo”.

Iniziamo nel 1963 con la strage di Ciaculli a Palermo, dove muoiono sette carabinieri. Viene istituita per la prima volta la Commissione Antimafia in Sicilia e nel 1965 viene emanata una legge che contiene per la prima volta il termine mafia nel suo titolo “Disposizioni contro la mafia”. Questa legge aveva previsto l’estensione di alcune forme di privazione della libertà personale (misure di prevenzione) agli indiziati di appartenere ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso.

Nel 1982, dopo l’uccisione di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, viene approvato il disegno di legge che lo stesso Pio la Torre aveva presentato con Virginio Rognoni e che introduce il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso. Un delitto che consente di perseguire la mafia dal punto di vista della sua organizzazione e carattere associativo.

A questa importante modifica legislativa si aggiungono in quegli anni due fattori di straordinaria importanza: la nascita del pool di Palermo di Rocco Chinnici e poi di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e l’inizio delle collaborazioni di giustizia (è dell’84 l’inizio della collaborazione di Tommaso Buscetta e poi a seguire di tutti gli altri “pentiti”).

Si crea in quegli anni (dall’82 all’84) una coincidenza temporale tra l’introduzione della legge che permette di contrastare il fenomeno mafioso come un’organizzazione, il lavoro del pool di Palermo che porterà al maxiprocesso contro Cosa nostra e le collaborazioni di molti boss che suffragano anche quello che era stato definito a livello giuridico dall’articolo 416 bis del codice penale, e cioè la mafia come un’associazione con un’organizzazione verticistica.

Sempre secondo la logica emergenziale, dopo l’uccisione del giudice “ragazzino”, Rosario Livatino, nel settembre del ’91, su idea di Giovanni Falcone (che nel ’91 andò a Roma a lavorare con Claudio Martelli, presso la Direzione Generale Affari Penali del Ministero della Giustizia), vengono istituite la Direzione Nazionale Antimafia e la Direzione Investigativa Antimafia, un gruppo interforze di carabinieri, polizia, guardia di finanza, specializzato.

Ancora solo dopo la morte di Libero Grassi, imprenditore di Palermo che venne ucciso nell’agosto del ’91, viene emanata nel nostro Paese la prima legislazione antiracket; dopo le stragi di Capaci e di Via d’Amelio viene introdotto il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi, e così via dicendo.

Quindi una legislazione che si è succeduta nel corso degli anni e per la quale, come ricordato prima, numerosi sono stati gli interventi straordinari dello Stato.

La legge n. 109/96 segna un punto di rottura perché nasce dalla spinta delle associazioni della società civile e da una campagna di raccolta firme nel Paese, promossa da LIBERA. Una campagna che era finalizzata a sostenere il cammino parlamentare che nel ’95 era iniziato per sostenere un disegno di legge che prevedeva l’uso sociale dei beni che venivano confiscati alle organizzazioni criminali. Quindi una legge che pone degli obiettivi importanti, perché riconosce il ruolo “antimafia” che la società civile, il mondo delle associazioni, della cooperazione sociale, hanno nel nostro Paese (lo hanno per quello che fanno, per il lavoro che svolgono tutti i giorni, educativo e di promozione sociale). Successivamente altre leggi sono entrate in vigore, seguendo le stesse finalità e partendo dagli stessi presupposti: la legge sull’usura n. 108 del 1996 che introduce il fondo di solidarietà per le vittime di questi reati. Nel 1999 la prima legislazione antiracket viene riformulata e si creano le condizioni per la nascita e lo sviluppo delle associazioni antiracket nel nostro Paese. Nel 2000 la legge sullo scioglimento dei Comuni per fatti di mafia e la legislazione in materia di vittime di mafia. La legislazione in materia di reinserimento sociale delle vittime della tratta delle persone.

In questo ambito si inquadra una legislazione a livello regionale che in questi ultimi anni, non soltanto nelle regioni a forte presenza mafiosa, ha contribuito in maniera significativa alla prevenzione e contrasto dei fenomeni criminali (penso alle leggi in materia di appalti, racket e usura, riutilizzo dei beni confiscati, percorsi di educazione alla legalità nelle scuole).

In tutto questo contesto si colloca la legge n. 109/96 sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, che ha permesso di creare in molti territori e non solo nel sud d’Italia le condizioni per un lavoro vero per giovani che su questa opportunità hanno investito e trovato una occasione di riscatto sociale e economico. Penso appunto a quei giovani che hanno costituito le cooperative sui terreni confiscati a Cosa nostra in Sicilia, alla ‘ndrangheta in Calabria, alla camorra a Napoli, alla Sacra Corona Unita a Brindisi.

Ma torniamo all’82 quando entra finalmente in vigore la legge Rognoni-La Torre.

Siamo alle prime indagini patrimoniali, finanziarie e bancarie che permettono di sequestrare i conti correnti all’estero, le prime proprietà immobiliari e aziendali. Questo metodo di lavoro, che è stato inaugurato con il pool di Palermo di Falcone e Borsellino, viene esteso alle altre Procure non solo in Sicilia, ma anche in Calabria, in Campania e in Puglia. Anche in queste regioni si formano i primi pool antimafia e si celebrano i primi maxi processi. Si crea un metodo di lavoro, un’organizzazione giudiziaria che poi sarà ufficializzata dalla nascita della Direzione Nazionale Antimafia e delle Direzioni Distrettuali Antimafia, formate da giudici specializzati nella lotta alle organizzazioni criminali. Aumentano i sequestri dei beni che vengono trasformati in confische definitive, quando il bene viene tolto dalla disponibilità del mafioso e viene acquisito come patrimonio dello stato.

Nascevano anche delle difficoltà: che fare di tutti questi beni che venivano prima sequestrati e poi confiscati? La legge Rognoni-La Torre non aveva previsto procedure di gestione e di riutilizzo. A questa esigenza si risponde, in un primo momento, con un decreto legge del 1989 che introduce le prime forme di destinazione. Viene introdotta la figura dell’amministratore giudiziario dei beni e un primo procedimento di destinazione, poi semplificato dalla successiva legge n. 109/96. Due cose però vanno dette: il decreto non prevedeva, cosa che ha fatto la 109, l’uso sociale dei beni, nel senso che non parlava di associazioni o cooperative sociali che potevano prendere in carico il bene e quindi gestirlo; l’altra cosa, più grave, è che prevedeva la possibilità di vendere il bene confiscato, anche per i beni immobili, con il rischio concreto che vendere i beni in territori come Palermo, Trapani, Agrigento significa far riacquistare il bene al mafioso tramite un prestanome: una sorta di riciclaggio di stato, perché sappiamo tutti come vanno le aste nel nostro Paese e se è il prestanome a riacquistare il bene succede che il denaro sporco derivato da traffici illeciti viene usato per riacquistare il bene stesso.

La legge n. 109/96 ha pertanto previsto l’esclusivo uso sociale ed il divieto assoluto di vendita del bene confiscato.

Tante e significative sono state le esperienze positive realizzate in questi primi dieci anni di applicazione della legge.

Ma c’è ancora molto da fare perché le esperienze positive avviate mettano radici e, soprattutto, si moltiplichino. Attualmente in commercio esistono la pasta, la farina, l’olio, il vino, le marmellate, i legumi, la passata di pomodoro e altro, che vengono prodotti coltivando le terre confiscate alle mafie, rivenduti con il marchio di qualità nella legalità “Libera Terra” e danno lavoro a ragazzi e ragazze di diverse cooperative siciliane e calabresi. Da citare per il loro forte impegno sul territorio e sul difficile fronte del disagio sono la coop Placido Rizzotto, la coop Lavoro e Non Solo, la coop NoE, l’associazione Casa dei Giovani e la coop Valle del Marro, Mesagne e Torchiarolo e altre. Riteniamo che questa sia una delle strade più giuste per ricavare un reddito pulito, onesto, da quei beni sottratti alla collettività dalle mafie e riconquistati grazie all’azione positiva dello Stato. Non è, insomma, un’utopia, ma è frutto di lavoro, dignità e giustizia.

Il progetto Libera Terra è stato pensato nel 2000 grazie all’impegno dell’allora Prefetto di Palermo Renato Profili. Già c’erano altre cooperative che avevano fatto richiesta di beni confiscati, però si voleva dar vita ad una cooperativa che sin dall’inizio avesse un ruolo specifico. E quindi viene fatta nascere una cooperativa con un bando pubblico, al fine di selezionare giovani secondo determinate caratteristiche professionali adatte per avviare un’attività di impresa sociale: giovani laureati in economia e commercio per la parte amministrativa, laureati in agraria, ma anche semplici periti tecnico agrari ecc. Ben 181 ragazzi tutti laureati e diplomati, tutti di quei paesi, parteciparono al bando.

La cooperativa Placido Rizzotto Libera Terra nasce nel dicembre 2001 e produce la pasta e il vino di Libera Terra. In Calabria nel dicembre 2004 è nata una nuova cooperativa, anch’essa con un bando pubblico. Sono realtà produttive per giovani che hanno trovato una forma di riscatto, ma soprattutto si sono create le condizioni per un vero sviluppo nella legalità.

La sede nazionale di LIBERA a Roma si trova su un bene confiscato alla banda della Magliana. A Roma è nata una “Casa del Volontariato”, è nata la “Casa del jazz”, in una villa molto prestigiosa.

Un altro progetto è “La scuola adotta un bene confiscato”, che permette agli studenti di essere documentati sulla storia di quel bene e di progettare il suo riutilizzo, secondo le effettive esigenze di quel territorio.

Dagli ultimi dati che abbiamo dalla relazione che ha presentato l’Agenzia del Demanio in Italia dall’82 al settembre 2005 i beni immobili (case, terreni, fabbricati) confiscati sono circa 7.000 e di questi circa 3.000 sono stati destinati per uso sociale. Per più della metà ancora si deve attivare il processo di destinazione. Di questi circa 3.000 beni bisogna capire quali di questi sono effettivamente utilizzati.

Ci sono tante difficoltà e l’impegno deve essere quello di creare le condizioni affinché si considerino i beni confiscati come una risorsa per lo sviluppo ordinario economico e sociale del territorio. Pertanto risulta importante far passare soprattutto il valore simbolico di queste azioni: alcuni sociologi hanno colto in pieno il significato di questa legge sostenendo che “l’uso sociale dei beni confiscati ha consentito nel nostro Paese di scardinare quel consenso sociale che le mafie hanno sul territorio”, fatto non solo di collusioni a livello politico, economico e finanziario, ma anche di indifferenza, rassegnazione e omertà.